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Una storia di sport macchiata dalla politica

Scritto il 14 Gennaio 2009 alle ore 23:41:11 da effekap

Maggio del 2007. E’ l’ora della cena. Due figure atletiche si muovono sui balconi di un albergo di Varna, in Bulgaria. L’obbiettivo è quello di entrare di nascosto nella stanza di uno degli ospiti dell’albergo per rubare due passaporti…Rubare? No non è così. Riavvolgiamo il nastro. E’ tutto vero, la serata fresca, la cittadina della Bulgaria, l’albergo e le due persone che circolano sui balconi per entrare di soppiatto in una stanza. Ma l’obbiettivo è recuperare due passaporti. Quelli di Yasser Portuondo e Raydel Poey, atleti della nazionale cubana di pallavolo. Secondo le regole della dittatura cubana, gli atleti che vanno in trasferta con la nazionale dopo aver esibito il passaporto alla dogana degli aeroporti, debbono consegnarlo nelle mani di uno dei dirigenti politici al seguito della squadra. Ma Yasser e Raydel da tempo pensano che questo sia l’ennesimo segnale della mancanza di libertà che impone il regime dell’isola. Sono due anni che progettano la fuga ed aspettano l’occasione giusta. La preoccupazione risiede nella paura delle conseguenze che possono subire le loro famiglie. Raydel da tra l’altro ha da poco avuto una figlia. Ma sanno che questa può essere una occasione irripetibile.

Così si riprendono i passaporti, scappano in macchina fino a Belgrado in Serbia, da lì arrivano in Montenegro ed affittano una barca che li porta a Brindisi. Dove chiedono ufficialmente l’asilo politico. Che ottengono nell’ottobre del 2007: da quel momento sono legalmente rifugiati politici per il nostro Paese e dunque come tali possono lavorare ed avere accesso a certi diritti. Succede però che la società che li ospita e li fa allenare, dal settembre del 2008, la M Roma Volley, non possa farli giocare in campionato per una questione burocratica. Una questione burocratica? E quale sarà mai quell’intoppo che va al di là della delicatissima condizione di esule? Chi può pensare di bloccare l’attività di una persona che ha ottenuto lo status di rifugiato politico?
Ci pensa la Federazione Internazionale di Pallavolo che non concede ai due atleti il visto per giocare in Italia, perché a sua volta non lo ha ancora ricevuto dalla Federazione Cubana, irritata, per non usare termini più forti, dall’ennesima fuga di atleti. E quindi la nostra Federazione Italiana non può fare nulla se non aspettare che la situazione si sblocchi.
Eppure negli statuti delle Federazioni Olimpiche Nazionali così come in quelli dei Comitato Olimpici dei vari paesi (compresa l’Italia ovviamente) è chiaramente scritto che le norme che regolano le attività sportive non possano mai essere in contrasto con l’ordinamento giuridico di una nazione. In sostanza una regola sportiva non può sostituirne una civile, non può annullare gli effetti di una sentenza di un tribunale civile. Insomma nessuno potrebbe dire ad un rifugiato politico legalmente riconosciuto dallo stato italiano, che non può lavorare, nel caso specifico che non può fare l’attività sportiva dalla quale trae il suo reddito per vivere.  

Il problema però è che la Federazione Cubana è molto potente perché la scuola di atleti cubani è una delle migliori al mondo e la Federazione Internazionale non ha nessuna intenzione di mettersi contro quella dell’isola. Conclusione Yasser e Raydel potrebbero essere assunti in una banca italiana ( per fare un esempio) ma non possono esercitare la loro professione che è quella di giocatori di pallavolo. Che oltretutto è un lavoro regolamentato, almeno da un punto di vista formale, dalle regole del dilettantismo. Ed anche questo lascia perplessi: cos’altro è una persona che passa la maggior parte del suo tempo ad allenarsi e giocare partite percependo uno stipendio per tutto questo, se non un professionista?

Forse è arrivato il momento che lo sport in Italia, ma non solo, si interroghi su questioni di particolare importanza

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